venerdì 2 gennaio 2015

1° gennaio 2015



Un vecchio detto popolare recita che “Quel che fai il primo dell’anno lo fai poi per tutto l’anno”, una superstizione scaramantica legata a forme di pensiero magico, secondo cui si cerca di influenzare il futuro mettendo in atto comportamenti e creando realtà che poi, così si crede, si ripeteranno magicamente uguali per 365 giorni.

Così, da quando ho l’età della ragione (!), ogni notte di Capodanno ho fatto qualcosa che avrebbe potuto garantirmi amore, felicità, salute, ricchezza, o quantomeno scongiurare tristezze ed eventi infausti: ho mangiato e bevuto, ho riso e ballato, ho baciato qualcuno sotto il vischio, ho fatto l’amore appassionatamente. Beh, magari non tutte queste cose, e non tutte insieme, e comunque sempre meno con il passare degli anni (sarà perché il vischio, ultimamente, scarseggia...). Insomma ogni anno, il primo dell’anno, ho celebrato riti che creassero energie positive, che alludessero alla gioia di vivere, che inneggiassero alla vita.

Bene. Ieri, 1° gennaio 2015, sono andata al cimitero.

“Mmmh..., bel modo di cominciare l’anno...”

Appunto. Questo era appunto quel che mi dicevo ieri, mentre camminavo piano tra i vialetti del Cimitero di San Cassiano, a Predappio.
Il Cimitero di San Cassiano è un complesso monumentale adagiato sul fianco di una collina, ai piedi dell’Appennino tosco-romagnolo; di forma ad anfiteatro, i suoi viali e vialetti a raggiera convergono tutti verso un unico tempietto edificato sulla sommità della collina, nella cui cripta sono collocate le tombe dei Mussolini.

No, non sono andata a visitare la tomba del Duce.
Sono andata a trovare i miei nonni, a sentirne il respiro e l’abbraccio pur attraverso una lapide gelida. Sono andata a portare un fiore a chi non c’è più.
Predappio è il paese della mia famiglia, la Romagna è la mia terra. Ogni volta che torno sento che il mio corpo e il mio pensiero ne assorbono l’aria, gli odori, le vibrazioni; ogni volta che torno ritrovo me stessa, anche attraverso quel dialogo muto con chi comunque fa parte di me, del mio sangue e dei miei giorni.

Ieri, per tutta la visita al cimitero ho dovuto combattere con la sgradevole consapevolezza di essere in un luogo di morte proprio in un giorno che dovrebbe essere dedicato a ingraziarsi la vita; mi è sembrato di sfidare secoli e secoli di superstizioni, beffandomi di riti e di scaramanzie. In realtà, nessun rito è in grado di costruire o modificare il futuro, e un paio di mutande rosse o due cucchiaiate di lenticchie, purtroppo, non servono a evitare tristezze e domande senza risposte. I vecchi detti popolari, in fondo, sono sempre una gran fregatura. Già uscendo dal cimitero ho pensato che anche onorare le proprie radici significa inneggiare alla vita, riconoscersi vivi e guardare all’anno che verrà. Ho pensato che è grazie alle radici, non ad altro, che un albero svetta e si tiene saldo quando il vento lo sferza, è grazie alle radici che fa fiori e foglie e frutti.
Ecco, questo ho pensato.

Ciao nonni, ciao anno nuovo.