martedì 29 luglio 2014

Beppe Fenoglio: uno scrittore, un uomo





“Le rispondo su Fenoglio. È, anche come persona, un tipo insolito nelle nostre lettere, anzi proprio il contrario del solito ragazzo di provincia letterato. [...] È un tipo alto, magro, con una faccia da film del West, un po’ brutale ed accipigliata, caratteristiche accentuate da una triste affezione: una vegetazione di verruche ed escrescenze sulle guance e sul viso. Parla a scatti, con brevi frasi dal giro inaspettato. Non è certo timido (è chiaramente un uomo pratico e risoluto, è stato comandante partigiano dei badogliani), né è tipo da darsi delle arie; ma è uomo che rimugina dentro e parla poco.” (da una lettera di Italo Calvino a Giuseppe De Robertis, 1952)

Nella Prefazione all’edizione 1964 de Il sentiero dei nidi di ragno Italo Calvino scrive che in “Una questione privata [...] c’è la Resistenza proprio com’era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta”, e aggiunge che “È al libro di Fenoglio che volevo fare la prefazione: non al mio.”

Ma Italo Calvino lo conoscono e lo hanno letto tutti, Beppe Fenoglio al contrario continua a rimanere relegato a un apprezzamento ristretto, quasi territoriale. I manuali di letteratura gli dedicano poche pagine, preferendogli Pavese, e le annuali conventions letterarie, più o meno mondane, puntano sui cosiddetti ‘scrittori emergenti’ piuttosto che su un anomalo, e scomodo, narratore di cinquant’anni fa, per di più piemontese. Solo la sua città, Alba, gli dedica periodicamente omaggi e tributi, forse per farsi perdonare l’indifferenza con cui lo considerò negli anni in cui egli vi visse e ne scrisse. Eppure, proprio Calvino ritenne appunto Fenoglio lo scrittore che meglio aveva compreso e tradotto l’epopea della Resistenza, che forse ‘epopea’ non era stata. E fu difatti la rappresentazione di una guerra partigiana antieroica e stracciona, così lontana dall’iconografia agiografica di tanta letteratura post bellica, a determinare l’isolamento e l’ostracismo di Fenoglio negli anni dell’immediato dopoguerra e anche oltre, fino alla sua (ri)scoperta postuma.

Beppe (Giuseppe) Fenoglio nasce ad Alba (CN) il 1° marzo 1922, primogenito di tre figli, in una famiglia di modeste origini contadine. Il padre, macellaio, mite e remissivo; la madre, casalinga, energica e intransigente. Fin dalle elementari Beppe si dimostra uno studente dotato e attento, anche se taciturno e afflitto da una lieve balbuzie. Nonostante le ristrettezze familiari viene iscritto al Ginnasio-Liceo “Giuseppe Govone”, dove avrà come docenti Leonardo Cocito e Pietro Chiodi, entrambi antifascisti e partigiani, il primo impiccato dai tedeschi nel 1944, il secondo sopravvissuto ai campi di prigionia e successivamente docente di Filosofia all’Università di Torino. Si accosta in quegli anni alla lingua e alla letteratura inglese, che costituiranno un elemento fondamentale per tutta la successiva produzione letteraria. Dopo il diploma si iscrive alla Facoltà di Lettere, senza peraltro mai laurearsi, anche perché nel gennaio 1943 è chiamato alle armi. Nei mesi dopo l’8 settembre, rientrato ad Alba, si unisce alle prime formazioni partigiane tra i badogliani, gli ‘azzurri’. Nell’ottobre del 1944 prende parte alla liberazione di Alba e vive quei “ventitre giorni” che daranno poi il titolo al suo esordio letterario. Due anni dopo la conclusione del conflitto trova impiego come addetto commerciale in una ditta vitivinicola, attività noiosa ma che gli lascia molto tempo per scrivere. Scrive, scrive sempre, con l’inseparabile sigaretta tra le dita: in ufficio, a tavola, di notte, giocando a carte nei bar che frequenta assiduamente, interrompendo le passeggiate con gli amici sulle colline di Langa, quelle colline dove si era nascosto e dove aveva combattuto. E dove ricordava un compagno ucciso, un’imboscata fallita, una mitragliata scampata. E scriveva, scriveva.

In pochi altri scrittori biografia e opera, vita e letteratura, si intrecciano così strettamente. Ma se in un Foscolo o in un D’Annunzio, per esempio, tale intreccio deriva dalla volontà di creare il proprio mito, enfatizzando vicende e situazioni, mentendo a se stessi prima che al lettore, in Fenoglio la scrittura risponde piuttosto a un’esigenza catartica, come sarà poi in Primo Levi: quell’esigenza insopprimibile che spinge a rielaborare il proprio vissuto per contenerlo, per tentare di dargli un senso, per potersene, illusoriamente, liberare. A questo allude forse la frase in una lettera del giugno 1959 a Pietro Citati: “... alla radice del mio scrivere c’è una primaria ragione che nessuno conosce all’infuori di me.

All’inizio degli anni ’50 avvia una collaborazione con la casa editrice Einaudi, dove conosce Elio Vittorini, Natalia Ginzburg, Italo Calvino. Nel 1952 escono I ventitre giorni della città di Alba, raccolta di dodici racconti che riceve violente stroncature dagli ambienti della sinistra più ortodossa e non viene compresa neppure dai suoi ex compagni di lotta né da Pietro Chiodi.
A Fenoglio viene rimproverato di aver reso un’immagine dissacratoria della Resistenza, svuotata di qualsiasi ideale e nobiltà: i partigiani vi appaiono come bande di individui disorganizzati e incoscienti, opportunisti, vigliacchi, brutali. Nel primo racconto, quello che dà il titolo alla raccolta, Fenoglio conduce addirittura tutta la narrazione sul filo di un umorismo caustico e corrosivo, a tratti impietoso, che è già tutto in quell’incipit lapidario e poi nella descrizione dell’entrata in città dei gruppi partigiani, poche righe dopo:
Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944.
[...]
Fu la più selvaggia parata della storia moderna: solamente di divise ce n’era per cento carnevali. Fece un’impressione senza pari quel partigiano semplice che passò rivestito dell’uniforme di gala di colonnello d’artiglieria cogli alamari neri e le bande gialle e intorno alla vita il cinturone rossonero dei pompieri col grosso gancio. Sfilarono i badogliani con sulle spalle il fazzoletto azzurro e i garibaldini col fazzoletto rosso e tutti, o quasi, portavano ricamato sul fazzoletto il nome di battaglia. La gente li leggeva come si leggono i numeri sulla schiena dei corridori ciclisti
Ci volle tutta l’acutezza di Calvino, e poi mezzo secolo di revisionismo critico, per riconoscere a quei racconti il valore di un documento forse segnato dall’indignazione e dall’amarezza per fatti ancora brucianti nella memoria, ma in cui già si scorgono le tracce di quel titanismo che avrebbe trovato nelle opere successive una più matura espressione.

Della raccolta I ventitre giorni della città di Alba facevano parte anche sei racconti a sfondo contadino, amalgamati e sviluppati nel romanzo La malora, pubblicato nel 1954 sempre per l’editore Einaudi. La  vicenda,  ambientata in  un’alta Langa  ricostruita con minuziosa precisione,

anche toponomastica, rievoca il mondo contadino dei primi anni del Novecento, ma la dimensione cronologica è poco significativa: il mondo rappresentato, pur drammaticamente vivo, vuole assumere un carattere astorico e universale. La “malora” è la malasorte che colpisce una terra avara, abitata da uomini e donne abbrutiti dalla miseria e dal lavoro e accomunati dalla lotta per la sopravvivenza. Anche per questo, il romanzo ha una chiara ascendenza verista: al centro della narrazione sta un materialismo atavico, ancestrale, dominato dalla legge della “roba”, in cui anche i rapporti umani, come scrisse Vittorini, sono “ridotti alla nuda spietatezza”: 
Pioveva su tutte le langhe, lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la sua prima acqua sottoterra. Era mancato nella notte di giovedì l’altro e lo seppellimmo domenica, tra le due messe. Fortuna che il mio padrone m’aveva anticipato tre marenghi, altrimenti in tutta casa nostra non c’era di che pagare i preti e la cassa e il pranzo ai parenti. La pietra gliel’avremmo messa più avanti, quando avessimo potuto tirare un po’ su testa. Io ero ripartito la mattina di mercoledì, mia madre voleva mettermi nel fagotto la mia parte dei vestiti di nostro padre, ma io le dissi di schivarmeli, che li avrei presi alla prima licenza che mi ridava Tobia.”
In queste righe, le prime del romanzo, c’è già tutto Verga: il mondo contadino, la miseria, l’ossessione per il denaro, persino il riferimento al funerale e ai vestiti del padre morto. Anche a livello strutturale ed espressivo il modello è evidente: regressione, straniamento, costrutti e termini dialettali. Ma è per un altro aspetto, più profondo, che Fenoglio dimostra di aver assimilato la lezione verghiana: come in Rosso Malpelo, Agostino, il protagonista, non è migliore del mondo in cui vive, di cui condivide la stessa ottica e la stessa “spietatezza”, né ciò sarebbe realisticamente possibile; di quel mondo tuttavia Agostino è lucidamente consapevole, ne coglie l’essenza tragica, stabilisce da esso un distacco conoscitivo, insomma ci appare, suo malgrado, un eroe intellettuale.

La seconda metà degli anni ’50 trascorre tra il lavoro e la macchina da scrivere, frustrazioni editoriali, abbozzi di progetti, traduzioni dall’inglese appassionate e quasi maniacali, in un perenne conflitto con la madre che viveva come un cruccio e una vergogna quel figlio che si ostinava a voler fare lo scrittore invece di pensare a costruirsi una solida carriera in azienda. Non volle mai leggere neppure una riga di quello che suo figlio scriveva.

Nel 1955 Fenoglio pubblica il racconto Un giorno di fuoco, e nel 1959, presso Garzanti, Primavera di bellezza. Il protagonista del romanzo è Johnny, un giovane allievo ufficiale “alto e asciutto, anzi magro, negli occhi il suo punto di forza e di bellezza.” I vari capitoli ne seguono le vicende attraverso tre momenti fondamentali: l’esperienza della vita militare, lo sbandamento dell’8 settembre, la decisione di arruolarsi in una banda partigiana. L’autobiografismo è evidente. Soprattutto, il protagonista porta già il nome che apparirà poi nel più celebre romanzo postumo, ciò che autorizzerebbe una lettura di Primavera di bellezza come matrice del successivo.

Il romanzo vince un prestigioso premio letterario, mentre per il suo autore iniziano a delinearsi i primi problemi polmonari: pleurite e  asma bronchiale. Ma rinunciare al fumo gli riesce impossibile.

Nel 1960 sposa civilmente la ragazza con cui aveva intrecciato una relazione fin dal primo dopoguerra. Nella cattolicissima Alba la decisione per una cerimonia solamente civile fa scandalo: viene organizzata una manifestazione ostile nei loro confronti e il sindaco si rifiuta di officiare il matrimonio, delegando al proprio posto un assessore. L’anno dopo nasce la figlia amatissima, Margherita. 

Su indicazione di uno specialista trascorre l’estate del 1962 in alta Langa per tentare di dar sollievo alle sempre più frequenti crisi polmonari, proprio in quei luoghi che aveva frequentato in vacanza da bambino, percorso da partigiano, ricostruito sulla pagina scritta. Ma nell’ottobre viene ricoverato a Bra e, nel febbraio dell’anno successivo, a Torino. Solo lì viene informato della gravità del male, ma rifiuta la cobaltoterapia; viene sottoposto a tracheotomia, continuando a comunicare con gli amici e con la moglie sui foglietti di un notes. Muore nella notte tra il 17 e il 18 febbraio, senza aver ancora compiuto 41 anni. 
 
I funerali si svolsero secondo le precise indicazioni che lui stesso aveva dato: “laici, senza fiori, senza soste, senza discorsi”. La bara venne portata a spalle dai suoi amici per la via principale di Alba. Accanto, in prima fila, Italo Calvino. “La Stampa”, lo storico quotidiano di Torino, diede la notizia della morte in uno scarno trafiletto in terza pagina, per di più presentando Fenoglio come un’anima tormentata alla ricerca della “redenzione”, tacendo e tradendo il suo coerente e rigoroso laicismo. Quanto da lui già pubblicato viene sbrigativamente liquidato con l’espressione “alcuni suoi scritti”. Era l’Italia degli anni Sessanta, beghina e bigotta; in molti, forse, volevano soltanto dimenticare drammi ancora troppo recenti.

Nei mesi immediatamente successivi si scatena un apparentemente incomprensibile interesse per quell’autore che, vivo, tutti o quasi avevano snobbato: a soli due mesi dalla morte, nell’aprile 1963, Garzanti pubblica Una questione privata, che riceve un’accoglienza molto favorevole (“il romanzo che tutti avevamo sognato”, come lo definì Calvino), mentre spuntano inediti, manoscritti, lettere, racconti e romanzi incompiuti. Una questione privata è appunto uno di questi: vicenda di amore e di guerra,  il romanzo è ancora una volta la trasposizione delle esperienze resistenziali ed esistenziali dell’autore. Milton, il protagonista, è un giovane partigiano di Alba (“brutto: alto, scarno, curvo di spalle”), studente universitario, traduttore appassionato di poesia inglese; soprattutto, appunto, si chiama Milton, come l’autore di quel Paradiso perduto che Fenoglio particolarmente amava, insieme a tutta la letteratura elisabettiana e rivoluzionaria. E se è vero, come è vero, che nel Paradiso perduto il tema principale non è tanto la cacciata dall’Eden quanto il titanismo dell’Angelo ribelle che si oppone a un potere ritenuto ingiusto, allora il Milton fenogliano è davvero l’eroe malinconico ma titanico che combatte il Male concretizzatosi nella Storia. Giorgio Bàrberi Squarotti, paragonando i romanzi di Fenoglio ai poemi di Tasso e di Milton, scriverà che “Una questione privata e Il partigiano Johnny sono, nel risvolto della guerra e della Resistenza, gli esempi letterariamente e concettualmente supremi dell’epica moderna”.

Il romanzo intitolato Il partigiano Johnny comparve nel 1968, a cura di Lorenzo Mondo. È curioso che l’opera più conosciuta di Fenoglio sia un’opera postuma, che Fenoglio non avrebbe sicuramente pubblicato così com’è. Neppure il titolo è autografo. Quella prima edizione deriva, com’è noto, dall’assemblaggio arbitrario di due stesure diverse, entrambe più che provvisorie e lacunose, ritrovate tra gli ‘scartafacci’ lasciati dall’autore. Dieci anni più tardi, nel 1978, Maria Corti curò la pubblicazione integrale delle due stesure, insieme a una terza scritta interamente in inglese, e negli anni successivi si aggiunse ancora un’altra versione, frutto di ulteriori rimaneggiamenti e contaminazioni. Di fatto, la versione più conosciuta e letta resta quella del ’68, proprio la più opinabile. In essa, ciò che colpisce non è tanto la vicenda (ancora e sempre la lotta partigiana sulle Langhe, che pure trova qui la sua più completa e vivida rappresentazione), ma la forma espressiva con cui la narrazione è condotta: non lo stile asciutto e scarno delle altre opere ma una lingua espressionistica, acrobatica, sovrabbondante di neologismi e forzature, e soprattutto in un impasto ibrido di italiano e inglese:
La tenebra era sinistra, la romba del vento sinistra, come scoperchiante il buio rifugio ad una lampeggiante irruzione di vista illuminata sentenza e di facilitata strage per giustizia, la tenebra ed il vento contenevano e convogliavano un egual carico di agguato di rischio attimically prior to just seen death. L’abbandonato sonno degli altri, non lo rassicurava, anzi era come il collasso davanti all’insostenibile show del pericolo, erano altrettanti cadaveri in attesa del protocollare colpo di grazia. Sperò che la spossatezza, quanto legittima e neghittosa, una tale spossatezza da annientarlo negli arti e nel cervello, l’avesse vinta, vinta fino all’alto mattino. Ma la spossatezza, annunciata da tanti araldi, non scese schierata in campo, e Johnny si alzò, incespicando orribilmente, avanzò all’ombra della porta, rough and tenacious in denegating egression. Fuori, la tenebra era completa, ma quanto più rassicurante della sorella interna. Johnny paced some paces in the concrete void, ed era rassicurante, incoraggiante, euforico, sentire che nella tenebra si era come sul ciglione dell’abisso del nulla, da guadagnar d’un solo passo contro l’avventante pericolo e morte...”
Resta da vedere se tale stile sia il punto d’arrivo di una specifica ricerca espressiva o piuttosto la conferma di un materiale ancora grezzo e magmatico. La risposta nessuno l’ha ancora trovata, in quello che continua a rimanere uno degli enigmi più controversi del Novecento letterario: Maria Corti ritiene che le due stesure originarie (più quella in inglese) risalgano alla fine degli anni ’40, dunque alle origini del percorso di Fenoglio come scrittore; altri critici le collocano invece alla fine degli anni ’50, dopo Primavera di bellezza. Non si tratta di una mera e oziosa questione filologica, visto che il suo scioglimento implicherebbe un’interpretazione differente di tutto Fenoglio, oltre a confermare l’ipotesi che l’autore ideasse e scrivesse prima in inglese e poi, solo poi, in italiano, per cui ciò che di lui leggiamo sarebbe il frutto di una sorta di auto-traduzione. 

A complicare le cose si sono aggiunti gli Appunti partigiani 1944-1945, pubblicati nel 1994. Anche qui il materiale edito era uno ‘scartafaccio’: decine e decine di pagine scritte a mano su blocchetti di carta intestata della macelleria del padre. La stesura risalirebbe al 1946, ma non presenta nessun anglismo né una particolare originalità stilistica. A dispetto poi del titolo (questo sì autografo), il testo non si presenta sotto forma di appunti, e neppure di diario, ma costituisce l’abbozzo di un vero e proprio romanzo, come se fin dall’inizio, insomma, Fenoglio avesse voluto allontanare e astrarre l’esperienza della lotta partigiana filtrandola attraverso la letteratura. Certo l’autobiografismo è scoperto, non solo nei riferimenti a luoghi o persone ma soprattutto nel nome del protagonista, che non si chiama né Johnny né Milton. Il protagonista si chiama, semplicemente, Beppe.

Beppe Fenoglio, appunto. Partigiano, scrittore, uomo. Oggetto oggi di minuziosi scandagliamenti critici ma rimasto troppo a lungo incompreso, se ancora nel 2007 Giorgio Bocca affermava che “Fenoglio della Resistenza non ha capito nulla”. D’altra parte, non fu compreso neppure da sua madre.

Anche i rapporti con Alba, la città amata-odiata da cui non volle peraltro mai allontanarsi, furono conflittuali e irrisolti, almeno a giudicare da un’intervista che rilasciò alla “Gazzetta del Popolo” nell’ottobre 1962: “Sanno che scrivo, è già molto. Forse qualcuno compra i miei libri, ma [...] li leggono perché mi conoscono, per una curiosità banale, per ragioni sottoculturali. In tanti anni che scrivo di Alba e su Alba e in Alba i soli contatti con i giovani sono stati: di una ragazza che mi ha sottoposto il suo diario intimo, un po’ indecente, e di un ragazzo che voleva consigli su certe poesie. È poco? Ma Alba, ottusa da un lungo sonno, distratta dai barbagli del ‘boom’, poco può dare di più.”

Agli ambienti letterari dell’epoca apparve come un personaggio scontroso, forse ‘provinciale’: non frequentava i salotti engagés, rimaneva indifferente alle, peraltro poche, dichiarazioni di apprezzamento, non andava i ritirare i premi che pure gli venivano conferiti.  Qualcuno pensò che fosse soltanto timidezza, magari dovuta al difetto di pronuncia che lo affliggeva o al naso alla Cyrano de Bergerac piantato su un viso bitorzoluto; secondo Pietro Chiodi, invece, era l’esasperazione di una “forma di vita”, di uno “stile”. “Insofferenza per la stupidità”, come ebbe a dire il fratello.

Ad altri è piaciuto presentarlo come uno scrittore maudit, forse per quelle sessanta sigarette al giorno che fumava soprattutto di notte, chino sulla macchina da scrivere, o forse per quella morte precoce che affrontò con sprezzo e “rigore”, come ebbe a dire ancora Chiodi.

Forse invece, al di là di qualsiasi retorica, il Fenoglio uomo (delicato, struggente) lo si ritrova nell’ultimo biglietto che scrisse alla figlia Margherita, dopo la tracheotomia che gli impedì di parlare negli ultimi giorni di vita. Un biglietto da leggere in punta di piedi, consapevoli di entrare in un terreno che nulla ha a che fare con la letteratura: “Ciao per sempre, Ita mia cara. Ogni mattina della tua vita io ti saluterò, figlia mia adorata. Cresci buona e bella, vivi con la mamma e per la mamma, e talvolta rileggi queste righe del tuo papà, che ti ha amata tanto e sa di continuare ad essere in te e per te. Io ti seguirò, ti proteggerò sempre, bambina mia adorata, e non devi mai pensare che ti abbia lasciata. Tuo papà”.

Beppe Fenoglio è sepolto nel cimitero di Alba, accanto ai genitori. Sulla sua tomba, dove qualche visitatore lascia sempre una sigaretta, rigorosamente senza filtro come quelle che fumava lui, compaiono soltanto le date di nascita e di morte e la dicitura “scrittore”. Quasi come avrebbe voluto lui: “... a me basterà il mio nome, le due date che sole contano e la qualifica di scrittore e partigiano. Mi pare d’aver fatto meglio questo che quello.”






  



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